Rating: B-
Dir: Luca Alessandro
Star: Valerio De Filippis, Claire Palazzo, Claudia Carovana, Italo Vegliante
a.k.a. The Art of Evil
This is a weird one. It’s difficult to get your head around, and probably even more difficult to write about, because I’m not sure what it is. The director calls it “a hybrid film, somewhere between fiction and documentary, a sort of mockumentary.” It’s almost impossible to separate fact from fiction. From what I can tell, Valerio De Filippis is indeed an Italian artist, working in a range of media from sculpture through film to art installations. How much of everything else depicted here is real, I would not be prepared to commit myself. Could be nothing. Could be everything. Hopefully not the latter, because I’d be quite concerned if that was the case. De Filippis has… issues.
You need to be prepared for everything here to unfold at its own, leisurely pace. There’s a lot of footage of the artist at work, in one way or another. In this, it’s a bit reminiscent of La Belle Noiseuse, albeit without nekkid Emmanuelle Beart. Can’t have everything. However, it’s a quite interesting process to watch, and I found it rather soothing. Less so, are the interviews with De Filippis, which cover a disturbing past, starting off with a childhood where he equates his father with Satan. Valerio subsequently took up art in prison, being there for his involvement in the death of a man in political violence (the shot of a swastika pendant doesn’t help matters). While in jail, his sister committed suicide.
The resulting art is a reflection of this history, with a brooding darkness in all of his pieces. He meets a young woman, Eléna (Palazzo), and they bond over Stendhal’s novel, The Red and the Black, which his sister was reading at the time of her death. His girlfriend (Carovana) is understandably not very happy about it. But with an important exhibition looming on the horizon, De Filippis needs to find inspiration wherever he can. His art might mean painting a portrait of a musician he encounters on the streets. Or carrying out a particularly bizarre art installation, in which a woman is trapped under plastic, like a pack of batteries (top). If the aim of art is to challenge the viewer, consider myself duly challenged.
Much the same goes for a film I frequently found impenetrable, yet as often, weirdly fascinating. The opening scene sets an uncomfortable tone, with a younger version of Valerio staging an exhibit which suggests his demons sometimes get the better of him. While the specifics are uncertain – the line between abuse and art is a tad vague, shall we say – you’re then left waiting to see if something similar is going to happen to Eléna. Or will her interest in Valerio’s work prove enough to stave off his more questionable impulse? There’s no particular conclusion drawn, the film ending with a critic apparently realizing that art imitating life isn’t necessarily a positive.
At times, it feels like I’m unpacking the Da Vinci code, poring over things like the title, which is “Woe to the vanquished” in Latin. There’s also a caption at the end: “Honi soit qui mal y pense,” which I actually recognized, since it’s the motto of the Order of the Garter, the most senior of British knighthoods. Quite how it got from there into an Italian mockumentary, I don’t know: it translates as “Shame on he who thinks evil of it.” But what does it mean? Another piece to puzzle over. Fair to say I have not encountered the like of this film before. It’ll require some thought before I can decide whether or not that’s a good thing, though I’m inclined toward the positive.
[The film is out now, on Amazon Prime and Tubi, and is also available on DVD/BluRay]
Link: https://filmblitz.org/vae-victis-2024/
Traduzione della recensione originale pubblicata su FilmBlitz
25 agosto 2026 · Jim McLennan · dramma, recensioni
È un film davvero strano. È difficile riuscire a comprenderlo e probabilmente ancora più difficile scriverne, perché non sono nemmeno sicuro di che cosa sia. Il regista lo definisce «un film ibrido, a metà tra finzione e documentario, una sorta di mockumentary». È quasi impossibile distinguere i fatti dalla finzione. Da quel che riesco a capire, Valerio De Filippis è effettivamente un artista italiano, attivo in diversi ambiti, dalla scultura al cinema, fino alle installazioni artistiche. Quanto di tutto il resto che viene mostrato sia reale, invece, non mi sentirei di affermarlo con certezza. Potrebbe non esserci nulla di vero. Oppure potrebbe essere tutto vero. Speriamo non sia quest’ultima ipotesi, perché, in tal caso, ci sarebbe davvero da preoccuparsi. De Filippis ha… qualche problema.
Bisogna essere pronti ad accettare che tutto si sviluppi secondo i propri ritmi, piuttosto tranquilli. Ci sono molte riprese dell’artista mentre lavora, in un modo o nell’altro. Sotto questo aspetto, il film ricorda un po’ La bella scontrosa (La Belle Noiseuse), anche se qui manca Emmanuelle Béart senza vestiti. Non si può avere tutto. Tuttavia, osservare il processo creativo è piuttosto interessante e, personalmente, l’ho trovato persino rilassante. Meno rilassanti sono le interviste a De Filippis, nelle quali emerge un passato inquietante, a cominciare da un’infanzia in cui identifica suo padre con Satana. In seguito, Valerio si è avvicinato all’arte durante la detenzione in carcere, dove era finito per il suo coinvolgimento nella morte di un ragazzo, nell’ambito di una vicenda di violenza politica (l’inquadratura di un ciondolo con una svastica non contribuisce certo a rassicurare). Mentre era in prigione, sua sorella si è suicidata.
L’arte che ne deriva riflette questa storia, con una cupezza opprimente che attraversa tutte le sue opere. Valerio incontra una giovane ragazza, Eléna (Palazzo), con la quale stringe un legame grazie al romanzo di Stendhal Il rosso e il nero, che sua sorella stava leggendo al momento della morte. La sua fidanzata (Carovana), comprensibilmente, non prende affatto bene la cosa. Ma, con un’importante mostra all’orizzonte, De Filippis ha bisogno di trovare ispirazione ovunque possibile.
La sua arte può consistere nel dipingere il ritratto di un musicista incontrato per strada oppure nel realizzare un’installazione particolarmente bizzarra, nella quale una donna viene intrappolata sotto della plastica, come una confezione di pile (come mostra il frame). Se lo scopo dell’arte è mettere a disagio e provocare lo spettatore, direi che, nel mio caso, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto.
Lo stesso vale per un film che spesso ho trovato impenetrabile e che, altrettanto spesso, mi ha stranamente affascinato. La scena iniziale stabilisce subito un’atmosfera sgradevole: un Valerio più giovane mette in scena una performance artistica che suggerisce come, a volte, i suoi demoni prendano il sopravvento. I dettagli restano incerti — il confine tra abuso e arte è, per così dire, piuttosto sfumato — e da quel momento si rimane in attesa di scoprire se qualcosa di simile possa accadere anche a Eléna. Oppure se il suo interesse per il lavoro di Valerio sarà sufficiente a frenare i suoi impulsi più discutibili.
Il film non arriva a formulare una conclusione precisa. Si chiude con un critico che sembra rendersi conto di come l’arte che imita la vita non sia necessariamente una cosa positiva.
A tratti, mi è sembrato di dover decifrare il Codice da Vinci, soffermandomi su dettagli come il titolo, Vae Victis, che in latino significa «Guai ai vinti». C’è anche una scritta alla fine del film: «Honi soit qui mal y pense», che ho riconosciuto, perché è il motto dell’Ordine della Giarrettiera, il più prestigioso degli ordini cavallereschi britannici. Non saprei proprio dire come sia finito in un mockumentary italiano: la frase si traduce approssimativamente con «Sia svergognato chi pensa male di ciò» (o «Vergogna a chi vi vede del male»).
Ma che cosa significa davvero? Ecco un altro elemento da decifrare.
È giusto dire che non mi era mai capitato di imbattermi in un film del genere. Ci vorrà un po’ di tempo per riflettere e decidere se sia una cosa positiva oppure no, anche se, al momento, sono propenso a considerarla tale.
