Dal cinema performativo di Valerio de Filippis (tra “The Mirror and the Rascal” e il docufilm “Vae Victis/The Art of Evil”) alla poesia di Gabriele Tinti (“The boxer”): due sguardi che usano la violenza come strumento conoscitivo, senza compiacimenti
Un cadavere al giorno toglie il medico di torno: sembra questa la ricetta sicura per catturare l’attenzione del pubblico odierno. Non solo nei palinsesti televisivi o nei canali YouTube dedicati alla cronaca nera, anche nell’arte una spruzzata di violenza o di morbosità aiuta a fare cassa.
In effetti, connettendoci alle zone meno accessibili della nostra psiche, la violenza è un potente strumento di indagine conoscitiva. Un quarto di secolo fa mentre passeggiavo a Roma nella centrale via Palermo, la mia attenzione venne catturata da alcuni quadri esposti dietro i vetri di una galleria. Immagini torbide che perturbavano con un rigore esemplare. Entrai. Era l’atelier dell’artista Valerio de Filippis e da quel giorno ho seguito con attenzione la sua traiettoria espressiva, tra opere pittoriche, performance e perfino un lungometraggio cinematografico.
Quando nel 2019 Valerio de Filippis volle mostrarmi alcune sequenze del film che stava montando, sinceramente nutrivo poche speranze. Il cinema non sa più che pesci prendere e mi appariva incongruo, per un artista dal profilo esattamente definito, perdere tempo appresso al fantasma cinematografico. Mi sbagliavo. “The Mirror and the Rascal”, ovvero “Lo specchio e la canaglia”, è un’opera notevolissima che traspone in immagini filmiche il gusto pittorico del suo autore. Muovendosi disinvoltamente tra cinema, videoarte, teatro e musica, l’artista si misura – in veste di performer – con il ruolo del Riccardo III scespiriano, proponendoci un recitar cantando che ipnotizza. Il film è visibile su Indiecinema, il canale del cinema indipendente animato dal regista Fabio Del Greco.
Alla magnetica figura di Valerio de Filippis è dedicato il docufilm di Luca Alessandro “Vae Victis”, presentato nel 2024 al Festival Internazionale del Cinema di Salerno e che ora esce in dvd negli Stati Uniti con il titolo “The Art of Evil”. La sensibilità horror di Luca Alessandro ben si attaglia alle ossessioni di Valerio de Filippis: sin dalla scena iniziale il film sprofonda nei colori e nell’oscurità dell’artista, per poi mostrarci la sua quotidianità romana, la sua prassi creativa, la sua dedizione alla pittura nata da giovane nel carcere in cui finì per un brutto episodio di violenza.
Sempre negli Stati Uniti è stato pubblicato il nuovo libro di un altro artista che maneggia con cura il tema della violenza: il poeta Gabriele Tinti. “The boxer” è un volume in italiano e in inglese, tradotto da David Graham e Nicholas Benson per Eris Press, che include versi e prose poetiche sulla figura del pugile – letta in chiave mitica – e sul dolore umano: «Come dici? Forse hai ragione. Più si è feriti e più si è grandi. E più si è vuoti».
Il libro “The boxer” è il corrispettivo poetico del “Pugile a riposo”, un bronzo – forse attribuibile a Lisippo e custodito al Museo Nazionale Romano – dal quale Tinti trae la propria ispirazione, coniugando una limpidezza stilistica di ascendenza classica con una inquietudine squisitamente contemporanea. Del resto che cosa c’è di più contemporaneo di un poeta che in ogni suo libro si mette in dialogo con delle immagini?
Artisti come Gabriele Tinti e come Valerio de Filippis sanno mostrare il male nella sua purezza, senza compiacimento e senza rassegnazione.
